lavoro.it: Lavoro e Impresa
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Fallimenti imprese in aumento: serve Risk Management

La crisi economica sta generando fallimenti a catena tra le imprese: 8.566 quelli registrati tra Gennaio e Settembre 2011 (+8,7% rispetto allo stesso periodo del 2010), con un trend in crescita costante dal 2009 in poi. A confermare il malessere nel tessuto imprenditoriale italiano è Cribis D&B (Gruppo CRIF), nello studio "Analisi dei fallimenti in Italia".
La congiuntura economica negativa sta dunque costringendo migliaia di aziende a chiudere i battenti e portare in tribunale le proprie scritture contabili e fiscali per far registrare l'avvenuto fallimento. Secondo lo studio, le Regioni nelle quali si è registrati il maggior numero di fallimenti sono Lombardia (1.872 le procedure concorsuali), Lazio (848) e Veneto (812). A queste seguono Campania (762), Emilia Romagna (697), Piemonte (635), Toscana (632) e Sicilia (455).
A livello settoriale, le imprese si dimostrano maggiormente in sofferenza sono quelle dell'edilizia (1003 casi tra le imprese di "costruzione di edifici") e del commercio (668 per l'ingrosso di beni durevoli; 534 per i servizi commerciali; 496 nell'ingrosso di beni non durevoli). A seguire il settore immobiliare (355), l'industria manufatti in metalli (347), i trasporti e i servizi merci su gomma (339), i ristoranti e i bar (323).
Commentando i risultati dell'indagine, l'Amministratore Delegato di CRIBIS D&B Marco Preti ha posto l'accento sull'importanza per le Pmi di prevenire situazioni fallimentare, adottando «efficaci politiche e procedure di Risk Management, che attraverso strumenti adeguati consentano di conoscere in maniera approfondita i partner commerciali, sia italiani sia esteri, con i quali instaurano rapporti commerciali», così da «cogliere i cambiamenti e le criticità prima che si traducano in bilanci non positivi o, peggio, in procedure in corso».

Social network in azienda? Un diritto

Si è parlato molto in questi ultimi anni del difficile connubio tra social network e attività lavorativa, senza tuttavia mai giungere ad una conclusione bilanciata su benefici e aspetti negativi. Ora Cisco sposta l'ottica di visione sui giovani e indaga sulla loro percezione di social media, dispositivi mobile e Internet, anche in ambito lavorativo.
La seconda edizione del rapporto "Cisco Connected World Technology", condotto su di un campione composto da studenti universitari e professionisti fra i 20 e i 30 anni, mostra chiaramente come la maggior parte dei giovani metta al primo posto tra i requisiti del proprio lavoro ideale la possibilità di accedere ai social media anche durante le ore di lavoro.

Ben il 56% del campione dichiara infatti di non essere intenzionato ad accettare un posto di lavoro che imponga il veto ai media sociali mentre un 80% pretende di poter scegliere i device con i quali lavorare. A riprova di quanto affermato, ben il 66% si informa regolarmente sulle politiche aziendali in materia di social network, che diventano così per certi versi ancor più importanti della paga garantita.
Emerge inoltre una forte richiesta da parte dei giovani di poter lavorare da remoto, con orari e modalità flessibili (60% del campione), utilizzando i loro computer (63%), o device mobili (51%) per accedere alle informazioni aziendali. Essere presenti fisicamente sul posto di lavoro non sembra loro essere infatti un requisito essenziale.
Si assiste così ad un drammatico spostamento delle priorità da parte dei giovani riguardo ciò che viene considerato importante nel prendere in considerazione o meno un nuovo posto di lavoro: un cambiamento pronto a pesare sugli equilibri tra chi il lavoro lo offre e chi invece lo cerca, qualcosa che le aziende non potranno restare a lungo a guardare.
FONTE: Cisco

Come aprire un franchising

Affiliazione in franchising

Affiliazione commerciale che permette la creazione d'impresa, il contratto di franchising è un accordo tra produttore (che concede la commercializzazione dei propri prodotti a terze persone, nonché l'utilizzo del marchio e dell'insegna) e rivenditore, ossia l'affiliato.
Il primo, franchisor, si impegna nella fornitura di prodotti secondo la quantità richiesta (in molti casi contrattualizzata in misura minima o massima).
Il franchisee si obbliga a promuovere ed eseguire le vendita nella zona assegnata; prestare assistenza (anche post-vendita) ai clienti; sottostare alle clausole dettate dal franchisor, da intendersi quali regole interne di organizzazione su modalità e prezzo di vendita dei prodotti.
Nella concessione di vendita è molto frequente la clausola "concessionario di vendita in esclusiva" a favore del venditore all'interno di un'area specificata.

Vantaggi del Franchising

La convenienza nell'avviare un'azienda in franchising? E' per entrambe le parti. Il produttore riesce a programmare la quantità di beni da produrre; a sviluppare una rete di distribuzione senza il rischio della distribuzione; a elaborare il piano di mercato dei propri prodotti (che i rivenditori dovranno incondizionatamente approvare e osservare) in tutti i particolari.
Dal canto suo, il rivenditore diventa sì imprenditore indipendente dal punto di vista giuridico ed economico ma può fare affidamento su marchio (già noto) e know-how del produttore (per questo motivo non è necessaria una particolare formazione o esperienza ma solo spiccate qualità personali e professionali).Il franchisee si presenta al pubblico con la stessa immagine imprenditoriale del produttore-brand, al punto tale che sovente il cliente finale equipara le due figure, riponendo la massima fiducia e fidelizzazione nel rivenditore affiliato, considerato come una sorta di filiale.

Costi di avvio franchising

Da preventivare prima di siglare un'affiliazione in franchising sono i costi di start-up. Primo fra tutti per l'affitto di locale ideoneo: solitamente, infatti, i franchisor richiedono locali costosi, ubicati in centro città o luoghi ad alta frequentazione come centri commerciali e aeroporti. Le spese per le attrezzatura IT(dotazione informatica e software), per la gestione commerciale e ovviamente per il personale. A queste si aggiungono solitamente anche costi fissi da riconoscere al franchisor quali diritti d'ingresso o fee periodici, ossia una cifra fissa che l'affiliato versa al momento della stipula del contratto di affiliazione commerciale. Per royalties si intende poi la percentuale che l'affiliante deve riconoscere al franchisor commisurata al giro d'affare oppure in quota fissa.

Contratto di franchising

A regolare i rapporti tra affiliato e affiliante interviene il contratto stipulato in forma scritta, che deve espressamente indicare l'ammontare degli investimenti e dei diritti di ingresso, le modalità di calcolo delle royalties, l'eventuale esclusiva territoriale, il know-how (conoscenze pratiche non brevettate derivanti da esperienze pregresse che il franchisor dovrà trasferire all'affiliato), i servizi offerti all'affiliato e le condizioni di rinnovo, risoluzione o cessazione del contratto.
Il know-how è un patrimonio segreto, ossia non generalmente noto o facilmente accessibile; sostanziale, ossia una sorta di conoscenze indispensabili per l'affiliato; individuato, ossia ampiamente descritto e sufficientemente esauriente. Non può esistere franchising senza trasmissione di know-how: il franchisor dovrà consegnare all'affiliato il manuale operativo contenente tutte le conoscenze necessarie all'espletamento dell'attività.

Requisiti e strategie

Appare fin chiaro che il franchising rappresenta uno strumento importante per la crescita delle imprese. Per aprire un'attività in franchising occorre innanzitutto avere una predisposizione per il lavoro indipendente, un ' idea chiara sul prodotto che si vuole commercializzare e sul tipo di business da avviare.
Non necessita una particolare formazione in un determinato settore poiché in Italia sono presenti numerose aziende che permettono l'affiliazione in franchising: abbigliamento, ristorazione, immobiliare, metalli preziosi, caffè, casalinghi, libri e così via.
Una volta delineata l'idea occorre avviare un'indagine di mercato in modo tale da studiare la concorrenza e capire la predisposizione dei potenziali clienti.
Individuata la tipologia di franchising da avviare occorre eseguire una valutazione sulla qualità del franchisor, della sua rete e dei possibili vantaggi economici. Per questo è importante conoscere la forma societaria del franchisor, l'anno di fondazione e di avvio in franchising, il numero dei punti vendita in Italia e all'estero.

Informatica: mercato lavorativo da Odissea

Ci era stato insegnato che i cicli economici erano sempre più brevi, e che era stata l'Informatica ad accelerarli. Ebbene, affacciandosi sul job market ai nostri esordi, eravamo dunque fieri di lavorare proprio nel mercato che aveva "rivoluzionato" l'Economia: sarebbe stata solo gloria! Sbagliato: dopo oltre dieci anni di esperienza nel campo informatico oggi dovremmo essere diventati tutti dei guru, eppure le cose non stanno esattamente così.
Nell'Informatica, appena si comincia a "masticare il linguaggio", di colpo tutto si rinnova e si moltiplicano immediatamente le cose da imparare.
Per cui tutti coloro che lavorano in questo settore, dipendenti e liberi professionisti, hanno l'obbligo di mantenersi aggiornati, sempre.
Alla luce di queste oggettive difficoltà, l'Informatica tende sempre più a divenire un comparto in outsourcing nelle imprese italiane: per avere in azienda personale sempre ben qualificato, ci si rivolge a società di recruiting per individuare figure specialistiche per le proprie necessità software.
Fiore all'occhiello di questo dinamico mercato, dunque, non sono certo le software-house, ma le sedicenti "società di informatica", quelle che si occupano di reperire professionisti per il cliente finale.
E fin qui nulla di strano. Il punto è che in questo settore in Italia esistono a mala pena 4/8 grossi player eppure, a guardare l'elenco telefonico, sono centinaia! Ci si chiede perciò come facciano a non soccombere su un mercato dominato da player così consolidati. E qui scatta il fenomeno "subappalto"...
La gran parte delle società di informatica si occupa di Body Rental: reperisce la risorsa, la mette sotto qualche forma di contratto (in genere da precario...) e la "rivende" ad una seconda società che, a sua volta, colloca la risorsa presso il cliente finale oppure la "rivende" a una terza.
Chi ci guadagna da tutto questo giro? Di certo nè il professionista IT nè il cliente finale, su ci ricadono doppi costi senza saperlo. Il punto è che, pur volendosi "chiamare fuori", è ancor più problematico raggiungere i clienti finali senza passare per intermediari. Ci si aspetterebbe dai grossi player decine di annunci ma invece, a parte pochissimi casi, le offerte dirette di lavoro IT sono rare.
Non credete che possa essere un'odissea lavorare come Informatico? Vi riportiamo allora alcune esperienze reali, raccolte tra colleghi.
Caso 1: giovane con neo-laurea triennale in Informatica
La giovane risorsa "sa di non sapere", va bene, però vuole crescere in una azienda sana. Eppure gli vengono proposti solo stage, poi stage, poi altri stage. Per quanto "sappia di non sapere", trova infine una alternativa all'ennesimo stage (massimo seicento euro di rimborso spese): il suo capo però ci rimane male quando molla lo stage, e prova a rilanciare alle stesse condizioni del nuovo lavoro. Il giovane oramai è già passato dall'altra parte...
Diciamo che siamo partiti con un caso ottimo: il giovane laureato riesce a trovare un impiego e, sebbene sempre con un contratto precario, a fare un po' di concreta esperienza professionale.
Caso 2: Informatico con esperienza decennale in cerca di nuove opportunità
Il professionista viene contattato, telefonicamente, dalla famosa "società di informatica" (quella del Body Rental, per intenderci) dopo l'invio del proprio CV.
Società - «Abbiamo avuto il suo CV: lei conosce la tecnologia XY vedo, ma conosce anche la XY+1? (uscita da 6 mesi, n.d.r.)».
Candidato - «Conosco bene la XY, la XY +1 sto cominciando ad utilizzarla».
Società - «Ma il cliente chiede almeno 2 anni esperienza sulla tecnologia XY+1».
Candidato - «Mi spiace non ce l'ho».
Società - «La terremo presente per prossime ricerche».
Certamente, nessun addetto alla selezione del personale può conoscere proprio tutte le tecnologie informatiche, ma cercare di fare una selezione "seria" sarebbe meglio per tutti...
Caso 3: Informatico con esperienza decennale che ha perso il lavoro
Stesso candidato, adesso il lavoro l'ha perso e ha necessità di lavorare: dopo l'invio del CV viene chiamato per un colloquio con la famosa "società di informatica".
Il primo incontro di solito avviene con un "non tecnico", ragion per cui diviene un mero proforma. Ma allora perché perdere e far perdere tempo? I colloqui hanno un costo per entrambi!
Quando va bene e si passa al secondo step, il colloquio lo si sostiene con la società di primo livello, quella che ha il contatto con il cliente finale. E qui scattano le Olimpiadi dell'Informatica, tra colloqui tecnici multipli e test di matematica. E si giunge al colloquio finale...
Selezionatore tecnico del cliente - «Lei conosce la tecnologia YXZ»? Candidato - «Certo, l'ho usata nel progetto Alpha vers 1».
Selezionatore - «E cosa faceva questo progetto?»
Candidato - «Divideva gli atomi di adamantio da quelli di triluzio mentre metteva in funzione il Teletrasporto».
Selezionatore - «Il Teletrasporto? E no, non va bene! Noi usiamo il sistema di bolle concentrate mappate sul cromosoma X.
Candidato - «E cosa cambia? Le tecnologie hanno la stessa base: posso imparare il vostro sistema molto facilmente».
Selezionatore - «Mah, non so. Noi avevamo richiesto un candidato operativo da domani.
Candidato - «Ma nel mio CV è scritto chiaramente che il mio campo è l'automazione industriale teletrasportata. Perché allora mi avete fatto fare 4 colloqui tecnici?
Selezionatore - «Ah, questo non lo so. Noi vogliamo una persona rispondente al 110% e operativa da ieri. Comunque le faremo sapere.
Morale? Non sappiamo quale sia la morale. Sappiamo che una volta, in un determinato mercato, c'erano un certo numero di specialisti e un certo numero di "quasi specialisti". Quando cercavi uno specialista andavi da uno dei tuoi concorrenti e cercavi di convincerlo a suon di contratti e busta paga, e se non potevi prendevi un quasi specialista e lo formavi.
Oggi si pretende di avere il candidato perfetto, pagarlo due lire ed averlo da ieri e già operativo. Siamo sicuri che sia il mercato che vogliamo?

Manager e aziende 2.0: il DB online strategico

WhosWho.it è la banca dati online di Business International che raccoglie gli organigrammi delle più importanti aziende italiane, puntando a diventare il punto di riferimento dei manager italiani. Il sito offre un sistema di ricerca tra le schede aziendali presenti in archivio, mediante cui consultare gli organigrammi e reperire i recapiti diretti di ciascun manager.
In questo modo è possibile verificare in modo rapido ed efficace interlocutori e linee gerarchiche delle aziende di proprio interesse: su 45.000 tra le principali realtà nazionali e multinazionali operanti in Italia, in arhivio ci sono oltre 240.000 decision maker profilati, aggiornati e distinti per funzione (direttori Acquisti, Supply Chain, Finanziari, Manutenzione, Rischi, Sicurezza, Risorse Umane e così via).

Abbiamo intervistato Domenico Mancini, Responsabile di questo utile supporto alla comunicazione B2B, per approfondire alcune tematiche sul servizio offerto e farci guidare alla scoperta del database online. 1. Come nasce l'idea di un DB online di contatti aziendali?
WhosWho.it nasce nel 2002 da una nostra necessità aziendale e dall'avvicinarsi delle nuove normative sulla Privacy. Per capirci: Business International organizza ogni anno 250 convegni manageriali per tutte le aree funzionali (HR, Acquisti, Amministrazione Finanza e Controllo, ITC, ecc.) e per molti settori (Banche, Farmaceutiche, Utilities, Confidi, Real Estate, ecc.), tutti promossi in Direct Marketing. 2. In che modo le aziende pososno trarre un vantaggio competitivo dal figurarvi?
Negli ultimi tre anni, con un'impennata da maggio 2009, abbiamo riscontrato un incremento d'uso del servizio. Sicuramente la crisi ha portato le aziende a concentrarsi sulle priorità, cercando strumenti di nicchia. Noi abbiamo investito sugli aggiornamenti dei nominativi e bloccato i prezzi, inserendo pacchetti a consumo ricaricabili che partono da da 150 euro. 3. Quali sono i numeri della vostra base informativa?
Poche aziende, grandi e buone! Ci siamo concentrati sulle prime 45mila operanti in Italia (anche le sedi italiane delle Multinazionali). Ma la vera forza riguarda i recapiti diretti dei direttori e responsabili di funzione: con precisione millimetrica è possibile inviare comunicazioni personalizzate.
4. Come quantificare l'interesse delle imprese nelle vostre informazioni?
Quando sono entrato in azienda c'erano due file Excel con 6mila aziende e 12mila nominativi. Compravamo i dati all'esterno(tanti soldi, carta e tempo bruciati), ma poi ci fu l'intuizione... in 10 anni abbiamo raggiunto 240mila recapiti diretti di decisori d'azienda.
5. WhosWho.it potrebbe evolversi e diventare come un social network, punto di incontro per società e professionisti?
Mi trova pienamente d'accordo. Grazie alla nuova acquisizione, dal 2008 siamo entrati nel gruppo Fiera Milano: investiremo per migliorare la fruizione dei dati (cellulari, iPad, ecc.) e cercheremo nuovi partner per nuove idee in grado di migliorare il nostro strumento, conservandone la semplicità di utilizzo.
6. Ultima domanda: quali le modalità, i costi e le eventuali promozioni per le aziende che abbonarsi ai vostri servizi?
I nostri clienti sono soprattutto aziende ICT, Head Hunter, Banche, Buoni pasto, Arredamenti uffici e servizi alle aziende in genere. La dimensione tipo delle aziende clienti è piccola media impresa, ma interessiamo anche alle grandi aziende, dopo i notevoli tagli di budget per la comunicazione.
I costi sono per tutte le tasche: da 150 euro a un massimo di 800 euro per abbonamenti annuali, consultabili contemporaneamente da più utenti. Se poi non bastasse, forniamo anche tanti servizi "chiavi in mano" dove diventiamo il "braccio operativo intelligente" dei nostri clienti!

Lavoratori in prova

Nella stipula del contratto di lavoro, azienda e neo-assunto possono prevedere un periodo di prova (patto di prova) per verificare la convenienza reciproca alla prosecuzione del rapporto: il datore di lavoro valuta l'idoneità professionale del lavoratore a svolgere le mansioni specificate nel contratto, mentre il lavoratore accerta in concreto la propria attitudine allo specifico impiego.
Il periodo di prova può essere pattuito nell'ambito di qualsiasi rapporto di lavoro subordinato: tempo determinato, part-time e job sharing, di inserimento e apprendistato.
Inoltre, può essere apposto ai contratti di lavoro stipulati con domestici, dirigenti, giornalisti e lavoratori invalidi assunti con il sistema del collocamento obbligatorio.
Per legge, la durata massima della prova è sei mesi per tutti i lavoratori (art. 10 legge n. 604/1966), tre mesi per gli impiegati non aventi funzioni direttive (art. R.D.L n. 1825/1924).
I contratti collettivi, poi, determinano la durata del periodo di prova entro i limiti di legge distinguendo in alcuni casi tra operai ed impiegati, prevedendo in genere periodi inferiori rispetto ai limiti legali e stabilendo il criterio di calcolo dei giorni. Fermo restando il limite legale, pertanto, nel contratto individuale i termini previsti dalla contrattazione collettiva possono essere ridotti o aumentati.
Quest'ultima ipotesi, solo se la particolare complessità delle mansioni affidate al lavoratore renda necessario, nell'interesse di entrambe le parti, un periodo più lungo di quello ritenuto normalmente congruo dalla contrattazione collettiva (Cass. 19 giugno 2000, n. 8295): il relativo onere probatorio ricade naturalmente sul datore di lavoro, a cui la maggiore durata del periodo di prova attribuisce una più ampia facoltà di licenziamento per mancato superamento del periodo stesso.
In alcuni casi la contrattazione collettiva esclude espressamente la possibilità di prorogare la durata inizialmente fissata del periodo di prova. In altri casi tale possibilità è prevista, ma sempre nei limiti di durata massima stabiliti dalla legge. In mancanza di tale previsione non è possibile pattuire la proroga del contratto individuale, perché ciò costituirebbe clausola svantaggiosa per il lavoratore.
Alcuni dei CCNL prevedono ipotesi di sospensione del periodo di prova al sopraggiungere di determinati eventi: gravidanza, malattia e infortunio. La Giurisprudenza maggioritaria afferma che devono escludersi dal totale dei giorni di prova le assenze per malattia o infortuni, mentre devono essere ricomprese le assenze che rientrano nello svolgimento fisiologico del rapporto, come ad esempio ferie, festività e riposi settimanali, nonché i periodi di chiusura dell'azienda per sospensione dell'attività.
In mancanza di una precisa disposizione legale, la Giurisprudenza ritiene che il patto di prova debba essere siglato contestualmente alla stipula del contratto di lavoro e, comunque, prima dell'esecuzione dello stesso. Se il patto è stipulato successivamente si considera nullo ed il rapporto assume immediatamente carattere definitivo.
Il patto di prova deve essere scritto e sottoscritto da entrambe le parti. In caso contrario è nullo, viene cioè considerato come non apposto e determina automatica conversione del rapporto in rapporto definitivo.
La clausola che prevede il periodo di prova deve contenere l'indicazione delle precise mansioni affidate al lavoratore. Ciò dal momento che, da un parte la possibilità per il lavoratore di impegnarsi secondo un programma ben definito in ordine al quale poter dimostrare le proprie attitudini, e dall'altra, la facoltà del datore di lavoro di esprimere la propria valutazione sull'esito della prova, presuppongono che questa debba effettuarsi in ordine a compiti esattamente identificati sin dall'inizio.
La mancanza della specifica indicazione delle mansioni costituisce motivo di nullità del patto (con automatica conversione dell'assunzione in definitiva sin dall'inizio), a prescindere dal livello contrattuale e dalla natura della mansione assegnata.
L'indicazione delle mansioni, e perciò dell'oggetto della prova, può essere fatta con riferimento al sistema classificatorio della contrattazione collettiva, purché nella scala definitoria di categorie, qualifiche e livelli professionali venga richiamata la nozione più dettagliata.
Al termine del periodo di prova entrambe le parti sono libere, alternativamente, di recedere dal contratto o di continuare l'esecuzione. In questo caso, è sufficiente che l'attività lavorativa prosegua – anche per breve tempo – dopo la scadenza della prova.
Essendosi ormai perfezionata l'assunzione definitiva, è illegittimo stabilire nuovi periodi di prova o apporre un termine al contratto.
Durante il periodo di prova le parti sono libere di recedere dal contratto di lavoro, a meno che non ne abbiano stabilito una durata minima garantita. In tal caso, il recesso può avvenire solo alla scadenza del termine oppure per giusta causa.
le parti non sono obbligate a utilizzare la forma scritta per comunicare il recesso né a rispettare un periodo di preavviso. Peraltro, anche durante il periodo di prova le parti devono dare esecuzione al contratto secondo correttezza e buona fede, ed è quindi possibile che il lavoratore dimissionario sia tenuto al risarcimento dei danni nei confronti del datore di lavoro.
La discrezionalità del datore di lavoro di licenziare il lavoratore in prova incontra dei limiti in quanto deve necessariamente essere collegato all'esito dell'esperimento. Il recesso, infatti, deve essere coerente con la causa del contratto e il lavoratore può contestare che non sia stato determinato da motivo lecito o con modalità adeguate, oppure che la prova è stata positivamente superata.
L'impugnazione del licenziamento intimato per mancato superamento della prova non soggiace al termine di decadenza di 60 giorni previsto dalla legge. Infatti, ai fini dell'applicabilità o meno di tale termine, si deve avere riguardo alla qualificazione data al recesso dal datore di lavoro, nel cui interesse il termine è stabilito, anziché all'effettiva natura del licenziamento stesso quale accertata, a seguito dell'impugnativa del lavoratore.
Con riguardo alla tutela invocabile in caso di recesso illegittimo bisogna valutare se l'illegittimità deriva dalla nullità del patto di prova.
Quando il patto è nullo, il licenziamento è intimato sull'erroneo presupposto della validità del patto e si configura come licenziamento individuale disciplinato dalle regole comuni per quel che attiene ai requisiti di efficacia e di legittimità. Da ciò ne consegue che il licenziamento intimato può essere conferito dal datore di lavoro in licenziamento ordinario, enunciando successivamente le specifiche ragioni giutificatrici dello stesso.
Quando il patto di prova è valido, ma il recesso è illegittimo, le posizioni espresse dalla Giurisprudenza sono diverse, anche se può individuarsi un orientamento prevalente, secondo il quale dall'eventuale declaratoria di illegittimità del recesso intimato nel corso del periodo di prova deriva la prosecuzione – ove possibile – della prova per il periodo di tempo mancante al termine prefissato, oppure il risarcimento del danno.

Consumi in Italia: nessuna ripresa nel 2012


Per Confesercenti-Ref, il 2012 non porterà l'Italia fuori dalla crisi economica: ripresa nulla, consumi in stallo, male anche l'Export.
Chi aspettava una ripresa economica italiana nel corso del 2012 resterà deluso: secondo il rapporto Confesercenti-Ref sarà un nuovo periodo di passione, con un calo dei consumi drastico, persino rispetto al 2011(da +0,6% a +0,3%).
Confesercenti evidenzia come l'attuale blocco totale dell'economia renda necessarie «scelte rapide e decise soprattutto sul versante della spesa».
«Ci si muove su ritmi insufficienti per riportare il sistema su un trend di sviluppo rapido e su livelli pre-crisi», sottolinea la ricerca, «con tali rimi una ripresa non può avvenire prima del 2015».

L'auspicio di Confesercenti-Ref è di giungere presto ad un'intesa nazionale in grado di ridurre l'eccessiva pressione fiscale, unica in Europa, insieme ad una riforma definitiva della pensioni.
Intanto, non possiamo che accontentarci dei pochi segnali positivi sul fronte disoccupazione, che dovrebbe calare dall'8,2% del 2011 al 7,9% del 2012, e del debito pubblico che, avendo raggiunto nel 2011 la stratosferica percentuale del 120,5%, dovrebbe ridiscendere al 119,8%.

Allarme Ocse: occupazione in Italia, troppi precari

L'occupazione giovanile in Italia? i dati Ocse rivelano che per il 50% domina l'impiego temporaneo, con una percentuale di lavoratori precari in aumento, così come la disoccupazione.
In Italia il mercato del lavoro è dominato da giovani precari: è la fotografia dell'Ocse a rivelarlo, nel suo Employment Outlook. Stando ai dati 2010, quasi la metà (46,7%) dei 15-24enni ha un impiego temporaneo, con un trend in crescita costante: 42,3% nel 2007; 43,3% nel 2008; 44,4% nel 2009.
Il ricorso ai contratti temporanei non ha avuto alcun effetto positivo sull'occupazione in Italia. Anzi, il tasso di disoccupazione giovanile è arrivato a 27,9%, rispetto a una media ponderata dell'area Ocse del 16,7%.
Come sempre, i dati sulla disoccupazione giovanile peggiorano se si guarda alla componente femminile: 29,4%, contro il 26,8% dei colleghi uomini. Ma entrambi i fattori sono ben superiori alla media dei 34 Paesi Ocse del 15,7% e 17,6% rispettivamente.

In generale l'Ocse lancia l'allarme giovani: «bisogna fare di più per migliorare in modo durevole la situazione del mercato del lavoro per i giovani». Secondo le rilevazioni dell'organizzazione «nel primo trimestre del 2011 il tasso di disoccupazione per i giovani (15-24 anni) era del 17,3% nell'area Ocse, comparato al 7% per gli adulti (oltre i 25 anni)».
L'altro aspetto su cui riflettere è che nell'area Ocse 1 giovane su 8 tra i 15 e i 24 anni (12,6%) sia completamente inattivo ("Neet"), ovvero non va né a scuola né al lavoro. In più, ha sottolineato il segretario generale dell'Ocse Angel Gurria in occasione della presentazione dell'Employment outlook, questa percentuale «sta aumentando, stiamo andando nella direzione sbagliata». Gurria lancia un monito: la questione deve passare «in testa all'agenda politica», è necessario «affrontare l'ampio costo umano della disoccupazione, soprattuto per quello che non riescono a ed entrare con una posizione stabile nel mondo del lavoro, dev'essere una priorità».

Edilizia: confronto su DURC, lavoro e previdenza

Edilizia: imprese a confronto con il Ministro Sacconi su temi chiave: DURC, lavoro sommerso, previdenza, innovazione, sicurezza e semplificazione.
Il Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi incontra gli espondenti del settore Edilizia a Parma, in occasione del convegno nazionale degli enti paritetici fra le organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro (14-15 settembre 2011). Si confronteranno con le parti sociali (Ance, Cna, Ancpl-Legacoop e sindacati di categoria) anche Silvano Moffa, presidente Commissione Lavoro della Camera, Tiziano Treu, vicepresidente Commissione Lavoro del Senato, Antonio Mastrapasqua, presidente INPS e Marco Fabio Sartori, presidente INAIL.
Tra gli argomenti centrali ogetto di dibattito, anche «l'evoluzione del ruolo e della struttura dell'impresa edile»,
con un intervento del direttore del Cresme, Lorenzo Bellicini. Altra importante questioni sul tavolo: «sommerso nell'Edilizia come ostacolo all'innovazione organizzativa e di prodotto» sulla quale il direttore del CENSIS, Giuseppe Roma, farà il punto. Dati alla mano si cercherà di trovare delle possibili soluzioni al problema del lavoro nero in Italia.
A seguire il direttore della Commissione nazionale delle Casse edili (Cnce), Mauro Miracapillo, approfondirà un argomento strettamente correlato al precedente: «il contributo delle Casse per semplificare i controlli e implementare i servizi».
Nella seconda giornata, che si concluderà con l'intervento del Ministro Sacconi, ci sarà il confronto con le parti sociali sul tema «crisi, regolarità e semplificazione in edilizia: il ruolo del DURC e delle Casse edili».

Linkedin seguito dai top manager

Secondo una recente indagine, il 15% degli alti dirigenti europei segue Linkedin: sale l'attenzione dei social network, visitati dal 13% del top management.
Ai tradizionali siti di informazione e business visitati dai top manager europei si affiancano i nuovi mezzi di comunicazione, in particolare i social network, che conquistano l'attenzione del 13% dei dirigenti in cerca di novità e notizie interessanti per la propria impresa.
Secondo l'indagine BE:Europe 2011 di IPSOS MORI, il sito più visitato è LinkedIn, spesso fonte di contatto per nuove assunzioni e iniziative aziendali.
Il campione esaminato, manager di società medio-grandi, ha rivelato che Linkedin fa concorrenza a siti business storici, come FT.com, Economist.com e WSJ.com ed è seguito dal 15% dei dirigenti europei, per un totale di 40.000 manager distribuiti in 17 pesi dell'Unione.

Il risultato è interessante, considerato che sono stati inclusi nel panel solo decision maker, valutandone di volta in volta il potere d'acquisto personale e aziendale, e le abitudini di fruizione dei media.
A giugno 2011, secondo i dati ufficiali diramati dal social network professionale, tra i membri LinkedIn si annoverano «dirigenti di tutte le aziende di Fortune 500 del 2011 e 75 aziende di Fortune 100 utilizzano le soluzioni LinkedIn per le assunzioni.». Inoltre, oltre 2 milioni di aziende hanno un profilo aziendale LinkedIn, sono circa 120 milioni i professionisti attivi sul network provenienti da tutto il mondo e i membri italiani sono circa 2 milioni.